La vendemmia: il rito che a settembre ferma l'Italia

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C'è un profumo che a settembre entra nelle case dei paesi di collina senza chiedere permesso. È dolce, un po' acido, inconfondibile: è il mosto che fermenta nelle cantine, e per chi è cresciuto tra i filari è l'odore stesso dell'inizio dell'autunno.

C'è un profumo che a settembre entra nelle case dei paesi di collina senza chiedere permesso. È dolce, un po' acido, inconfondibile: è il mosto che fermenta nelle cantine, e per chi è cresciuto tra i filari è l'odore stesso dell'inizio dell'autunno. Arriva insieme a un rumore preciso, quello dei trattori che all'alba percorrono le strade sterrate con i carrelli carichi d'uva, e a una luce diversa, più bassa e più dorata, che rende le vigne quasi irreali.

La vendemmia è l'unico momento dell'anno in cui un'intera comunità lavora allo stesso ritmo. I nonni tornano in vigna, i nipoti saltano un giorno di scuola con la benedizione dei genitori, i vicini si prestano le cassette e le forbici, e a pranzo, sotto un pergolato o nel cortile della cantina, si mangia tutti insieme quello che le donne di casa hanno preparato la sera prima. Non è folclore, o almeno non lo è ancora del tutto. In molte zone d'Italia è semplicemente il modo in cui le cose si fanno, da sempre.


Un calendario scritto dall'uva, non dagli uomini

La prima cosa da capire è che la vendemmia non ha una data. Ha una finestra, e questa finestra la decide l'uva. Ogni vitigno raggiunge il proprio equilibrio tra zuccheri, acidità e maturazione dei tannini in un momento diverso, e il compito del viticoltore è coglierlo in quel punto preciso, né prima né dopo. Le uve per le bollicine si raccolgono per prime, perché servono acidità viva e gradazione contenuta. I bianchi aromatici seguono a ruota. I grandi rossi da invecchiamento, quelli che hanno bisogno di tannini maturi e bucce ricche, chiudono la stagione, spesso quando le prime nebbie sono già arrivate.

Per questo in Italia la vendemmia dura quasi tre mesi e attraversa il Paese come un'onda. Nel 2026, secondo il sondaggio condotto dal settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso tra i Consorzi di tutela, nel Trentino si è partiti nella settimana prima di Ferragosto, nella Doc Prosecco pinot e chardonnay sono stati raccolti tra il 15 e il 25 agosto, nel Chianti Docg il via è arrivato intorno al 10 settembre con trebbiano e vermentino, mentre in Abruzzo il montepulciano aspetta la seconda metà del mese. In Piemonte, per il Moscato dell'Acquese, Coldiretti ha registrato l'avvio ai primi di agosto anziché verso Ferragosto come da tradizione.

Il dato che colpisce di più, però, è un altro. Quest'anno, per la prima volta, Assoenologi, Ismea e Unione Italiana Vini hanno deciso di non diffondere alcuna previsione vendemmiale nazionale, rimandando ogni cifra a dopo la raccolta, con la dichiarazione dell'annata attesa per metà novembre. La motivazione ufficiale è l'andamento climatico troppo altalenante per fare stime attendibili. Per avere un riferimento, l'ultima vendemmia comunicata dal Masaf alla Commissione europea, quella del 2025, si è chiusa a 44,4 milioni di ettolitri, un volume che conferma l'Italia come primo produttore mondiale di vino.


Dai romani alle cantine sociali: duemila anni di rito

Che la vendemmia fosse un fatto sacro prima ancora che agricolo lo sapevano già i Romani. Il 19 agosto si celebravano i Vinalia Rustica, la festa che apriva ufficialmente la stagione della raccolta nel Lazio. Era il flamen Dialis, il sacerdote di Giove, a cogliere il primo grappolo e a offrirlo al dio come primizia, insieme al sacrificio di un agnello. Solo dopo quel gesto i contadini potevano entrare in vigna. La festa era dedicata anche a Venere, e la leggenda che ne spiegava l'origine risaliva alla guerra tra Enea e Turno: Enea promise a Giove il frutto della vendemmia successiva e vinse.

Per secoli, dal Medioevo alla mezzadria, la vendemmia è rimasta un lavoro collettivo per necessità. Nessuna famiglia contadina poteva raccogliere da sola, in pochi giorni, l'uva di un intero podere, e il sistema dello scambio di giornate tra vicini era la regola. La cantina, in questo mondo, era una stanza della casa, e il vino era una parte del salario in natura.

La svolta arriva alla fine dell'Ottocento con un'idea nuova: mettere in comune non solo le braccia, ma anche la cantina. La prima cantina sociale italiana nasce nel 1891 a Oleggio, in provincia di Novara, sull'esempio delle cooperative tedesche. La seconda, quella di Gattinara, apre nel 1908 ed è ancora oggi la più antica cantina sociale originaria in attività. Il modello cooperativo permette ai piccoli viticoltori di permettersi attrezzature, enologi e mercati che da soli non avrebbero mai raggiunto, e cambia per sempre il rapporto tra il contadino e il suo vino.


Cosa succede davvero tra la vigna e la cantina

Quando il grappolo viene staccato dalla pianta comincia una corsa contro il tempo. L'uva raccolta a mano, in cassette basse per non schiacciare gli acini, deve arrivare in cantina nel giro di poche ore, prima che il calore e l'ossigeno inneschino fermentazioni indesiderate. La raccolta meccanica è più rapida e meno costosa, ma per molte denominazioni e per la quasi totalità dei piccoli produttori artigianali la mano dell'uomo resta insostituibile: solo chi vendemmia a mano può scegliere grappolo per grappolo, lasciando sulla pianta quello che non è pronto.

In cantina il percorso si divide subito. Per i bianchi l'uva viene pressata delicatamente e il mosto fermenta da solo, separato dalle bucce, per conservare freschezza e aromi. Per i rossi, invece, il mosto fermenta insieme alle bucce, ed è proprio da questo contatto, che può durare da pochi giorni a diverse settimane, che nascono il colore, i tannini e la struttura. La diraspatura, cioè la separazione degli acini dal raspo, e la pigiatura sono i primi gesti, poi i lieviti fanno il resto trasformando gli zuccheri in alcol.

È qui che si capisce perché una bottiglia artigianale costa quello che costa. Dietro ci sono giornate di raccolta a mano, una selezione severa in vigna, rese per ettaro contenute per volontà del produttore e un anno intero di attesa, spesso di più, prima che il vino sia pronto. Nulla di tutto questo si vede sull'etichetta, ma tutto si sente nel bicchiere.


La vendemmia oggi: chi la fa, come cambia

La vendemmia del 2026 racconta bene come stia cambiando la viticoltura italiana. Secondo Coldiretti la raccolta è partita in media con dieci giorni di anticipo rispetto agli ultimi anni, per effetto delle temperature record dell'estate, e in alcune zone si tratta della vendemmia più precoce mai registrata. Le rilevazioni dei Consorzi parlano di anticipi tra i cinque e i dieci giorni un po' ovunque, dal Trentino alla Maremma, dal Lambrusco alle Marche. Il quadro sanitario delle uve è però generalmente buono, perché il caldo ha frenato le malattie fungine, e la qualità attesa è alta quasi ovunque.

A cambiare non sono solo le date. Diversi Consorzi hanno scelto di ridurre volontariamente le rese per ettaro, il Chianti Docg del venti per cento, per riequilibrare un mercato in cui le giacenze sono alte e i consumi in calo. È un segnale importante: si raccoglie meno per raccogliere meglio, e la vendemmia torna a essere un atto di scelta e non solo di quantità.

Intanto, in modo quasi paradossale, la vendemmia come rito collettivo sta vivendo una seconda giovinezza. Le feste dell'uva che il Novecento aveva inventato per portare i cittadini in campagna sono più vive che mai. La Sagra dell'Uva di Marino, nata nel 1925 dall'idea del poeta Leone Ciprelli, si celebra ancora la prima domenica di ottobre con le fontane che per un'ora danno vino invece di acqua, un "miracolo" che affascinò perfino Carlo Emilio Gadda, che lo raccontò nel 1934. La Festa dell'Uva di Impruneta, sulle colline del Chianti, compie quest'anno cento anni esatti: nata nel 1926 come esposizione dei prodotti delle fattorie, si è trasformata in una sfida tra i quattro rioni del paese, che per mesi costruiscono in segreto carri allegorici da sfilare l'ultima domenica di settembre. Chi non ha una vigna di famiglia, oggi, la vendemmia la cerca così.


Il bicchiere che racconta settembre

Alla fine di tutto questo lavoro, dell'attesa e delle scelte, resta una bottiglia. E se la vendemmia è il momento in cui un territorio si concentra in un grappolo, il vino è il modo in cui quel territorio arriva fino alla nostra tavola. Non serve avere una vigna per partecipare al rito: basta scegliere con cura da chi comprare.

Nella selezione di vini di 360ItalyMarket trovi le etichette di piccoli produttori che vendemmiano ancora a mano e spediscono direttamente dalla loro cantina. Le bollicine da vitigni autoctoni sono le prime figlie di ogni vendemmia, raccolte quando l'uva è ancora tesa e fresca. I rossi che chiudono la stagione hanno dentro le ultime giornate calde di ottobre. E la grappa, distillata dalle vinacce che restano dopo la pigiatura, è la seconda vita della vendemmia, il modo in cui la tradizione contadina ha sempre rifiutato di buttare via qualcosa.

Settembre, in Italia, ha il sapore del mosto. Portarlo in tavola è il modo più semplice di far parte di una storia lunga duemila anni.