World Pasta Day 2026: l'Italia della pasta in numeri
Ieri, domenica 25 ottobre, il mondo ha festeggiato la pasta.
Non è una frase a effetto: il World Pasta Day, giunto alla ventottesima edizione, è promosso da Unione Italiana Food e dall'International Pasta Organisation e si celebra ogni anno nella stessa data con eventi, maratone social e iniziative in decine di Paesi. L'idea nacque a Roma nel 1995, durante il primo World Pasta Congress, quando i produttori di mezzo mondo decisero che un alimento così universale meritasse un giorno tutto suo.
L'edizione 2026 ha però una novità che vale la pena raccontare. Per la prima volta la giornata non si esaurisce in ventiquattro ore ma diventa una World Pasta Week, con il gran finale a Parma il 27 e 28 ottobre, dentro Cibus Tec, la fiera internazionale delle tecnologie alimentari. I dati che seguono sono stati presentati a Roma il 21 ottobre dai pastai di Unione Italiana Food e sono, a oggi, la fotografia più aggiornata di un comparto che l'Italia guida senza rivali.
Quattro milioni di tonnellate: il primato produttivo
Nel 2025 i pastifici italiani hanno prodotto circa 4,2 milioni di tonnellate di pasta, in crescita dello 0,8 per cento sull'anno precedente, su una produzione mondiale che ha raggiunto i 17,3 milioni di tonnellate. Per capire la distanza dagli inseguitori basta guardare la classifica: al secondo posto c'è la Turchia con 2,04 milioni di tonnellate, seguono gli Stati Uniti con 2 milioni e l'Egitto con 1,5. L'Italia, da sola, produce più del doppio di chiunque altro.
Il dato più sorprendente, però, riguarda il consumo. Gli italiani restano i primi mangiatori di pasta al mondo con 23,1 chili a testa ogni anno, davanti a Tunisia (18,8 chili), Ungheria (17,1), Germania (16,8), Turchia e Austria (12,5). È un numero che racconta un'abitudine quotidiana più che una ricorrenza: la pasta in Italia non è il piatto della festa, è il piatto di tutti i giorni, e proprio per questo la festa ha senso.
Dietro questi volumi lavora una filiera che va dal campo di grano duro al pacco sullo scaffale. Secondo uno studio di The European House Ambrosetti, realizzato attraverso TEHA Group per Unione Italiana Food, nel 2025 la filiera estesa della pasta ha generato un fatturato di 13,5 miliardi di euro e un valore aggiunto per il Paese di 3 miliardi. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: significa agricoltori, mugnai, pastai, trasportatori e ricercatori che vivono di un alimento che costa pochi centesimi a porzione.
Oltre il 60 per cento finisce all'estero
Se la produzione è il primato più noto, l'export è quello che tiene in piedi il settore. Nel 2025 l'Italia ha esportato 2.456.940 tonnellate di pasta, il 2,1 per cento in più rispetto al 2024, per un valore di 3.969 milioni di euro, secondo l'elaborazione di Unione Italiana Food su dati Istat. In pratica oltre il 60 per cento di quello che esce dai pastifici italiani viene venduto fuori dai confini, in più di 200 Paesi, e il valore delle vendite all'estero ormai eguaglia quello dei consumi nazionali.
L'Europa resta il mercato principale: 1,3 milioni di tonnellate, pari al 51,9 per cento dell'export, sono andate ai Paesi dell'Unione, con una crescita del 4 per cento. Il restante 48,1 per cento ha raggiunto i Paesi terzi, con l'America, l'Asia e l'Oceania tra le aree in espansione. Complessivamente l'Italia rappresenta il 48,3 per cento del commercio mondiale di pasta, e questo singolo prodotto vale da solo il 5,4 per cento dell'intero export agroalimentare nazionale.
La tendenza non si è fermata con l'anno nuovo. Nel primo semestre del 2026 le esportazioni sono cresciute di un altro 2,7 per cento a volume rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 1.224.477 a 1.257.234 tonnellate. È un risultato ottenuto in un contesto geopolitico tutt'altro che semplice, con costi delle materie prime e dell'energia che pesano sui pastifici, e proprio per questo Unione Italiana Food lo legge come la conferma di una solidità strutturale.
Che vita sarebbe senza pasta
Accanto ai numeri industriali, quest'anno i pastai di Unione Italiana Food hanno voluto rispondere a una domanda apparentemente ingenua: come sarebbe la vita degli italiani se la pasta sparisse dagli scaffali e dai menù? L'istituto AstraRicerche l'ha chiesto a un campione rappresentativo di 1.005 persone tra i 18 e i 70 anni, con interviste online. La risposta è netta: per quasi 9 italiani su 10 la scomparsa della pasta sarebbe un impoverimento culturale, oltre che gastronomico, e una perdita del senso di appartenenza.
Il resto dell'indagine spiega perché. Oltre 3 italiani su 4 associano la pasta al piacere e all'emozione (76,2 per cento) e più di 8 su 10 la considerano un simbolo dell'eccellenza del Made in Italy (85,2 per cento). Allo stesso tempo 7 su 10 ne apprezzano il lato pratico: è buona e appagante per il 41,5 per cento, ha un buon rapporto qualità-prezzo per il 39,6 e per il 43,4 per cento è una risposta concreta al carovita, tanto che Unione Italiana Food segnala un prezzo medio sceso di quasi il 24 per cento in due anni.
C'è poi il capitolo che a noi di 360ItalyMarket sta più a cuore. Per oltre 7 italiani su 10 un piatto di pasta ha un valore più profondo se consumato in famiglia, e l'occasione più amata è il pranzo della domenica, indicato dal 54,4 per cento degli intervistati. Chi ha letto il nostro articolo sull'architettura del pranzo domenicale sa che non è una scoperta, ma è bello vederla confermata dai numeri: la pasta è il collante della tavola italiana, prima ancora che un prodotto da esportazione.
Da Roma a Parma: la World Pasta Week e il manifesto dei pastai
La vera novità del 2026 è il calendario. La presentazione ufficiale si è tenuta a Roma il 21 ottobre, la giornata è stata celebrata ieri in tutto il mondo e la settimana si chiude a Parma, nel cuore della Food Valley, il 27 e 28 ottobre. Gli incontri si svolgono alle Fiere di Parma all'interno di Cibus Tec, in programma dal 27 al 30 ottobre, e riuniscono per la prima volta nella stessa sede produttori, partner tecnologici, associazioni, istituzioni e rappresentanti della grande distribuzione, italiani e internazionali. La World Pasta Week era stata annunciata a maggio, a Tuttofood, e la scelta di Parma non è casuale: è la città dove l'industria alimentare italiana incontra le tecnologie che la fanno funzionare.
In occasione della ventottesima edizione i pastai di Unione Italiana Food hanno presentato anche un manifesto programmatico in dieci punti. Le priorità indicate sono la costruzione di una filiera più competitiva, il sostegno all'export, l'investimento nei giovani, nella ricerca e nell'innovazione, e una sostenibilità intesa a tutto tondo, dalla riduzione dell'impatto ambientale agli imballaggi fino alla lotta agli sprechi. Margherita Mastromauro, presidente dei Pastai Italiani di Unione Italiana Food, ha sintetizzato il senso dell'operazione parlando della pasta come questione di appartenenza e identità nazionale, e chiedendo alle istituzioni un dialogo strutturato che accompagni le imprese nelle trasformazioni in corso. Paolo Barilla, presidente di Unione Italiana Food, ha insistito sulla necessità di preservare ciò che rende unica la pasta italiana investendo al tempo stesso in ricerca, tecnologie e nuove competenze.
Cosa significa tutto questo per chi la pasta la compra
Dietro i 2,4 milioni di tonnellate esportate ci sono i grandi marchi industriali, ma anche centinaia di pastifici artigianali che lavorano semola di grano duro italiano, trafilano al bronzo ed essiccano lentamente a bassa temperatura. Sono questi i produttori che trovate nella sezione pasta di 360ItalyMarket, e la giornata di ieri è il pretesto giusto per guardarli con occhi diversi: ogni pacco che arriva a casa vostra è un frammento di quel 60 per cento di produzione che fa il giro del mondo, con la differenza che non passa per un magazzino intermedio ma arriva direttamente dal produttore.
Se volete festeggiare il World Pasta Day con qualche giorno di ritardo, l'abbinamento più semplice è anche il più onesto: un formato artigianale, un olio extravergine di oliva di una delle nostre aziende e un formaggio DOP grattugiato al momento. Non serve altro per capire perché 9 italiani su 10 non riescono a immaginare la vita senza.
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